Rimondi: “è un tessuto produttivo orientato all’innovazione, ma il forte calo della domanda dimostra che il SSN sta rinunciando alle nuove tecnologie a discapito dei servizi offerti ai cittadini”

Roma, 28 ottobre 2014– “In Italia il mercato delle siringhe vale appena lo 0,02% della spesa sanitaria, ma il loro prezzo sembra essere diventato la causa di tutti i mali della Sanità italiana. Le differenze di prezzo tra gli enti del SSN riflettono diverse condizioni di fornitura: quantità e durata, servizi accessori e periodi di acquisto, consegne in emergenza e urgenza; sono tutti elementi che incidono sul prezzo unitario e che vanno tenuti in considerazione quando si vogliano fare dei confronti che siano appropriati. Ridurre gli investimenti in prodotti e apparecchiature mediche, quando la spesa in dispositivi medici rappresenta solo il 5,1% del Fondo sanitario nazionale, non significa tagliare gli sprechi, ma limitare ai cittadini l’accesso a cure innovative e rinunciare a un’eccellenza industriale, che potrebbe contribuire alla valorizzazione della Sanità del nostro Paese”. Questa l’apertura dell’intervento del Presidente di Assobiomedica, Stefano Rimondi, in occasione del convegno “Oltre la siringa. Dispositivi medici: solo costi o più salute?”, organizzato oggi a Roma dall’Associazione di Confindustria per presentare i dati del Rapporto 2014 su “Produzione, ricerca e innovazione nel settore dei dispositivi medici in Italia”.

“I nostri ospedali – ha dichiarato Rimondi – si stanno impoverendo per i continui tagli e la conseguente riduzione della qualità dei servizi. Valutare solo il prezzo più basso nell’acquisto di dispositivi medici ha portato nel 2013 a un calo della domanda di circa il 4% sia dal pubblico (-3%) che dal privato (-5,8%) e del 11% negli ultimi quattro anni. Si tratta di un dato sconfortante che dimostra come il Servizio sanitario nazionale stia pian piano rinunciando a investire in moderne tecnologie, quando le imprese del settore sono fortemente orientate all’innovazione: 2 imprese su 3 risultano aver introdotto almeno un’innovazione nel 2010-2013. Ci auguriamo che la Legge di Stabilità non incida ulteriormente sui tagli ai servizi sanitari altrimenti si segnerebbe la fine della Sanità pubblica”.

Dai dati del Rapporto 2014 su “Produzione, ricerca e innovazione nel settore”, curato dal Centro studi Assobiomedica, emerge che quello dei dispositivi medici è un tessuto produttivo che in Italia è caratterizzato da una forte specializzazione territoriale, che vede 10 province particolarmente qualificate per specifici mercati. In particolare, il mercato locale in assoluto più rilevante risulta quello dell’infusione, trasfusione, drenaggio e dialisi nella provincia di Modena, che con il distretto di Mirandola rappresenta la realtà produttiva d’eccellenza del settore. Eccellenza dimostrata anche nella capacità di risollevarsi dopo il terremoto del 2012.

IL SETTORE DEI DISPOSITIVI MEDICI IN ITALIA

 3.025 imprese di dispositivi medici in Italia

  • Fatturato medio di 6 milioni di euro
  • 54.000 addetti
  • Il 56% delle imprese si occupa di distribuzione, il 40% di produzione e il 4% di servizi
  • Il settore è caratterizzato da una forte concentrazione territoriale in sei regioni del centro-nord, cui è riconducibile l’88% del fatturato totale: Lombardia; Emilia-Romagna; Lazio; Veneto; Toscana; Piemonte
  • L’andamento del mercato interno ha subito una forte riduzione della domanda sia pubblica sia privata con una contrazione del 4% rispetto all’anno precedente e del 11% negli ultimi 4 anni
  • Nel 2013 le esportazioni sono aumentate del 2,8% (5,9 miliardi) e le importazioni sono diminuite dell’1,9% (6,8 miliardi) con un saldo che seppur negativo (poco meno di 1 miliardo di euro) si avvicina al pareggio
  • 2 imprese su 3 hanno introdotto almeno una innovazione nel 2010-2013
  • 1 impresa su 2 ha depositato o acquisito brevetti nel 2010-2013
  • L’Italia è il 12° brevettatore nel ranking internazionale del settore (70.000 domande di brevetto)
  • Sono 255 le start-up del settore dei dispositivi medici e per il 27% si occupano di diagnostica in vitro, per il 21% di biomedicale strumentale; il 55% sono spin off universitari, ovvero frutto della ricerca pubblica.