Claudio Trazzi ha visto nascere il distretto biomedicale mirandolese, ha partecipato alla fondazione delle principali aziende, le ha viste crescere e le ha seguite durante i passaggi di proprietà alle multinazionali, per poi ricominciare con una nuova sfida ripartendo da zero o quasi.

Ci racconti la sua storia professionale:

Se ha svolto altre attività in precedenza, com’è stato il primo impatto con questo settore?

Il mio primo lavoro è stato nel biomedicale, e così è stato per il resto della mia vita.

Ho visto nascere questo distretto, ho avuto la fortuna di assistere all’inizio di questa fantastica avventura in casa Veronesi.

Ho partecipato alla fondazione delle principali aziende, le ho viste crescere e le ho seguite durante i passaggi di proprietà alle multinazionali, per poi ricominciare con una nuova sfida ripartendo da zero o quasi.

Tutto questo, lo devo a mio padre, che mi segnalò come giovane ragioniere neodiplomato al socio del Dott. Veronesi, il compianto Carlo Gasparini , che assieme al prof. Albano Benatti considero i miei maestri.

Ho sempre svolto il lavoro di ragioniere che allora, in azienda, significava occuparsi della contabilità, del personale e di tutti gli adempimenti  fiscali ed amministrativi (ricordo di aver  conseguito, per necessità aziendali insieme al responsabile della produzione, la patente per l’uso dei gas tossici!).

Per un breve periodo ho anche tenuto la corrispondenza in francese e  tedesco, credo peraltro con risultati poco brillanti. Ero un ragioniere a tutto campo, ma in realtà non dovevo, né volevo, interessarmi di produzione o di vendite, né tantomeno di ricerca, questi campi li ho lasciati molto volentieri a tanti soci ed amici con cui ho condiviso la mia splendida carriera professionale.

La definisco splendida perché ho sempre goduto della massima fiducia del Dott. Veronesi, di Gasparini e dei soci che si sono aggiunti al gruppo strada facendo. Fiducia che per me ha significato poter godere della massima autonomia nel mio settore, infatti nessuno ha mai avuto da ridire se frequentavo corsi di aggiornamento professionale, se acquistavo pubblicazioni o se assumevo personale. Cose che al giorno d’oggi possono sembrare ovvie, ma non lo erano negli anni 60 e 70, dove tutto era proiettato alla produzione, allo sviluppo e naturalmente al profitto.

Splendida perché nel corso della mia carriera ho conosciuto professionisti di gran valore: alcuni erano coinvolti nella revisione contabile e nelle certificazione dei bilanci, procedure che allora erano avveniristiche e che hanno implicato un grande impegno ma dalla quale ho imparato molto. Grazie ai revisori ho imparato a guardare i bilanci non più con l’occhio di chi deve “quadrare “ ma con quello di chi dalla corretta esposizione dei numeri deve vedere le tendenze future della società.

Ho incontrato professionisti eccellenti anche durante le varie cessioni delle aziende alle multinazionali, in genere provenivano da Milano e con alcuni di loro ho tuttora un bel rapporto di amicizia.

Ho avuto l’onore di lavorare al fianco di manager stranieri, dai quali ho potuto cogliere le modalità di approccio nei confronti delle grandi società internazionali, anche se talvolta questi colossi cercano di esasperare il profitto attraverso manager privi di scrupoli che trattano i propri collaboratori in modi che noi definiremmo poco ortodossi.

Splendida anche perché ho avuto la fortuna di avere con me un ottimo team di collaboratori che, assunti in genere senza esperienza, hanno avuto le abilità, la pazienza e la modestia di seguire l’azienda, hanno saputo aggiornarsi per stare al passo con lo sviluppo della tecnologia e si sono impegnati a studiare, spesso da autodidatti, anche l’indispensabile lingua inglese. Un esempio: l’ingresso in azienda dei processi informatici, è stato difficile per tutti ma questo cambiamento ha creato una divisione tra i molti che si sono adeguati, comprendendone l’utilità, ed i pochi che si sono arresi precludendosi così progressi in carriera.

Si ricorda le difficoltà dei primi mesi? Come le ha affrontate?

Certo, sono state tante, ma ho sempre superato tutto perché era molto più forte l’entusiasmo di veder crescere, giorno dopo giorno, quello che sarebbe diventato in futuro, grazie al Dott. Veronesi, il biomedicale. Credo che senza il suo spirito di precursore, sperimentatore e innovatore, Miraset la prima azienda fondata, forse sarebbe rimasta una buona lavorazione per conto dei produttori di soluzione fisiologica, ma non saremmo arrivati a quello che noi oggi chiamiamo, con orgoglio, distretto biomedicale.

Consiglierebbe oggi ad un giovane d’intraprendere una carriera nel distretto?

Certo, se fossi sicuro che il giovane avesse idee innovative e grande spirito di sacrificio. Perché, se lavorare era duro a quei tempi, oggi lo è ancora di più, ogni giorno bisogna combattere con la ferocia della concorrenza, con lacci e lacciuoli della pubblica amministrazione che spesso scoraggia invece di incentivare l’innovazione e con le banche che non concedono credito. Credo però che il seme che il Dottor Veronesi ha gettato sul nostro territorio, prima o poi darà buoni frutti. Forse ha già cominciato. So di  qualche piccola azienda, formata da giovani laureati, intraprendenti cittadini del  mondo,  che si sta mettendo in luce, quindi chissà che il “domani” non sia già “oggi”.

E’ questo il futuro, ed il mio augurio! Finito il tempo della manifattura a basso costo, bisogna pensare all’automazione, alla specializzazione, a cercare o creare nicchie di mercato, a sviluppare in loco idee e prodotti da realizzare altrove: un futuro di ingegneri e di tecnici super specializzati.

Solo in questo modo la linea tracciata dal Dottor Veronesi potrà concretizzarsi in solida realtà e sereno  avvenire per la nostra gente.