Rimondi: “apprezzabile l’impegno del Governo, ma le anticipazioni di liquidità rischiano di pesare sui bilanci regionali futuri e soprattutto sui servizi ai cittadini per gli aggravi da restituire allo Stato”

Roma, 24 luglio 2014 – “Dopo alcuni mesi di lieve miglioramento, a giugno i tempi di pagamento delle strutture sanitarie, per le aziende dei dispositivi medici, sono peggiorati in quasi tutte le regioni e con molta probabilità nei prossimi mesi non vi sarà una sostanziale diminuzione dei giorni di ritardo. Si registra infatti uno scoperto nazionale che ancora ammonta a più di 3 miliardi e 600 milioni di euro, con un ritardo medio di 204 giorni. Dati questi che non fanno sperare per il prossimo futuro in un saldo delle fatture a 60 giorni, come previsto dalla legge. Questo il commento di Assobiomedica alla luce delle stime sui ritardati pagamenti pubblicate oggi dal Centro Studi dell’Associazione di Confindustria.

“È apprezzabile – ha dichiarato il Presidente di Assobiomedica Stefano Rimondi – che dopo anni di disinteresse nei confronti del problema dei crediti delle imprese, finalmente i Governi degli ultimi due anni hanno affrontato la questione, cercando di trovare soluzioni efficaci per saldare i debiti della pubblica amministrazione. Purtroppo però le anticipazioni di liquidità si configurano come prestiti onerosi che lo Stato concede alle Regioni e ciò potrebbe disincentivare i Governatori a richiederle, perché andrebbero poi a pesare sui bilanci regionali futuri”.

“Ci auguriamo tuttavia che le Regioni più in ritardo nei pagamenti – ha concluso Rimondi -chiedano le anticipazioni di liquidità entro il 31 luglio 2014, in modo da sanare il debito pregresso e allineare ai tempi previsti dalla legge i pagamenti delle forniture correnti per evitare futuri nuovi accumuli di debiti. Quello che temiamo – ha concluso Rimondi – è che invece   le Regioni più morose non riusciranno a saldare il pregresso e continueranno a pagare in ritardo, contribuendo a un progressivo impoverimento dei servizi sanitari e a una disomogeneità territoriale delle prestazioni offerte ai cittadini”.