Dott. Testaverde ci parli della sua esperienza lavorativa precedente al biomedicale mirandolese?

Io nasco a Torino, mi laureo al Politecnico in Ingegneria e da lì inizio a lavorare nel grande distretto dell’automotive torinese.

Ho lavorato per importanti aziende e mi sono occupato di componentistica per automobili quindi di tutto ciò che serviva nella carrozzeria e nella meccanica dell’autovettura, ho fatto le cose più diverse, da proiettori anteriori piuttosto che guarnizioni motore.

Nonostante le mie origini Piemontesi mi definisco un adottato dell’Emilia Romagna, sono arrivato qui oramai 4 anni fa; nel 2008-2009 l’automotive entra in crisi e vengo attratto da una bellissima opportunità presso la Titan, azienda che mi ha affascinato moltissimo per il tipo di prodotto di cui si occupava (ruote per trattori ndr )  sempre nell’ambito automotive, quindi vengo a lavorare nel territorio modenese con i suoi gusti, i suoi sapori e le persone che professionalmente mi hanno dato tanto, persone estremamente attaccate alla propria fabbrica.

Entro in Titan in un momento in cui la fabbrica è totalmente ferma a causa del terremoto, trovo la necessità di dover far ripartire la produzione, ricordo ancora un pezzo del soffitto mancante, le gru e gli escavatori all’interno dell’edificio, ma rammento anche, e in questo caso con piacere, le persone che insieme a me lavoravano anche 15/16 ore al giorno per far ripartire il proprio posto di lavoro, è stata una delle esperienze che mi ha toccato di più.

Una volta conclusa l’esperienza con Titan nel 2015 entra in Medtronic Covidien, com’è andata?

Verso fine 2015 vengo chiamato da questa interessantissima azienda, Medtronic Covidien e mi chiedono di supportarli nella gestione dello stabilimento quindi dopo una vita passata nell’automotive passo al biomedicale! Ne sono rimasto immediatamente affascinato, perché avere la possibilità di intervenire e creare da zero un device che “tocca” la persona, in un momento in cui essa è più vulnerabile, mi ha generato un immediato amore a prima vista, quindi mi sono buttato con tutte le mie energie per dare una mano.

La presunzione è quella  di portare un po’ di automotive nel biomedicale quindi,  con il rispetto di tutte le regole di compliance, investire in velocità che l’autovettura ha in sè intrinseca. Questo poichè ritengo che il mercato, anche del biomedicale, si stia muovendo ormai con delle logiche talmente rapide  e così stringenti  che sta diventando necessario innestare un’energia e una velocità diverse per non perdere delle opportunità.

Qual è Il suo ruolo all’interno dello stabilimento Medtronic Covidien?

Sono il Manufacturing Director, Direttore di stabilimento, ho la responsabilità di tutti i processi e i prodotti che in quello stabilimento vengono fatti.

Nello specifico parliamo di device o di apparecchiature?

Il 90% del nostro product range è device, abbiamo anche un apparecchiatura storica a cui siamo molto affezionati ma che rappresenta una nicchia del nostro product range.

Quante persone lavorano nello stabilimento Medtronic Covidien?

410 persone e con orgoglio posso dire che il 70% di queste persone sono donne perché, specialmente in produzione, c’è la necessità di quella cura e precisione di movimento tipicamente femminile.

Come si è trovato con lo staff, le persone nello stabilimento?

Di nuovo devo rimarcare la bellezza del territorio e delle persone di questo posto, che mi hanno accolto nel migliore dei modi, facendomi integrare il più possibile nel territorio, naturalmente ci sono delle eccezioni.

In che senso?

Il cambiamento è fatica, ogni volta che siamo costretti o invitati a cambiare una nostra abitudine la prima sensazione che proviamo è di negatività e opposizione, questo è un istinto umano; la cosa importante è far capire alle persone che quel cambiamento, dopo l’iniziale senso di negatività, genererà un beneficio per l’organizzazione e quindi per tutti.

Rispetto ad altri settori manifatturieri del territorio il distretto biomedicale mirandolese si è sempre caratterizzato per la sua storia di interazioni con aziende multinazionali e quindi siamo più aperti alle relazioni e ai rapporti con colleghi di altre nazionalità e culture. Questo porta comunque una sorta di particolarità nell’approccio al lavoro di coloro che da decenni sono presenti in azienda e che hanno vissuto i vari cambiamenti dirigenziali e di acquisizione; nonostante questo ha trovato comunque una certa resistenza al cambiamento o pensa questa resistenza sia stata attenuata dall’abitudine a lavorare sul piano internazionale?

In azienda si respira l’abitudine all’internazionalizzazione, ad esempio, ho trovato una buona conoscenza della lingua inglese, cosa non scontata , nonostante questo, ripeto, c’è resistenza di sistema, di tutela, di mettersi in quella che io chiamo “la curva di massima utilità e minimo sforzo”, il ruolo del manager è quello di capire dove incidere per aumentare l’utilità ma senza generare un eccessivo stridore.

Quindi altresì posso dire che l’opposizione viene mitigata grazie a questa esperienza internazionale che questo distretto ha vissuto nel corso degli anni.

Prima della proposta Medtronic conosceva la realtà del distretto biomedicale mirandolese?

Sinceramente no, era per me una scatola nera di cui non conoscevo il contenuto, è stata una scoperta estremamente positiva! Ero alla ricerca di un’esperienza che mi permettesse di lavorare in un ambito diverso dal metalmeccanico, quindi non le nascondo che stavo carotando diversi altri distretti in modo da poter offrire la mia competenza, sviluppata in un unico settore, a favore di altri ambiti perché la professionalità che trovo in certi processi manifacturing automotive sono ancora dei riferimenti e quindi mi sembrava una buona cosa poter offrire questa mia competenza altrove.

L’interscambio tra professionalità diverse è sempre stata alla base delle linee di comportamento dei fondatori di questo distretto, partendo proprio dal Dott. Mario Veronesi, lo stesso portale distrettobiomedicale.it ha lo scopo di presentare questo distretto per quello che è in modo da continuare ad attrarre talenti ed investimenti.

Lei che proviene da una città importante come Torino, trasferitosi a Mirandola, un paesone della bassa modenese, qual è stata la difficoltà maggiore dal punto di vista umano, quindi parlo del dopo lavoro, del ritrovarsi qui? Ha qualche suggerimento per i nostri Amministratori per rendere più attrattivo il territorio?

È una domanda a cui io rispondo con un po’ di difficoltà perché purtroppo essendo qui senza la mia famiglia lavoro sempre! Conosco poco il contesto mirandolese fuori dal lavoro perché torno in albergo alle 21 o anche più tardi.

Parlando con la gente posso dire che credo manchi una maggiore connettività, penso che aumentare l’urbanistica e le vie di comunicazione intorno a Mirandola possa agevolarla, permettendo ai Mirandolesi di accedere a paesi come Carpi e Modena che offrono luoghi di ritrovo come cinema e discoteche.

A Mirandola credo che bisognerebbe ripartire con quello che già c’era, parlo del centro storico, del fare shopping nel centro, poter andare a teatro e in tutti quei luoghi di aggregazione che servono a unificare le persone in modo che possano incontrarsi anche fuori dall’ambiente lavorativo. Se questo venisse fatto troverei Mirandola il centro del mondo! Se la consideriamo anche solo da un punto di vista geografico è molto fortunata perché in un’ora o poco più permette di raggiungere città come Bologna, Ferrara, Mantova, a volte diciamo che siamo lontani da tutti ma a voler vedere il bicchiere mezzo pieno siamo anche vicini a tutto.

Il rapporto con il suo personale, il clima aziendale come l’ha trovato?

Estremamente positivo da tutte le maestranze, io ho uno stile di management particolare, uso un approccio “diagonale” che sfrutta la struttura organizzativa solo per sollevarmi da alcune incombenze, mentre io vado a parlare anche con il singolo operatore di linea.

Questo è un punto di discontinuità con la gestione storica perché l’operatore non era abituato che il Plant Manager andasse a parlare direttamente con lui, io invece amo farlo, sono spesso in fabbrica, con il mio camice e la mia cuffietta, a vedere i problemi che hanno gli operatori per cercare di risolverli e questo viene estremamente apprezzato.  Faccio sentire che la struttura organizzativa è rovesciata, ovvero noi Manager dobbiamo coadiuvare i problemi della base e non solo assumere un livello di puro coordinamento.

Invece il rapporto con i Sindacati?

Ho iniziato ad avere contatti con i Sindacati interni ed esterni, trovo che nel passato siano state fatte delle ottime scelte e si siano ottenuti dei buoni risultati a livello di contratto aziendale, spero che si continui in questa scia positiva, anche se naturalmente ci saranno delle cose da fare in modo leggermente diverso.

Sono passati 4 mesi dal suo ingresso in Medtronic Covidien, al momento qual è la sua valutazione generale, quindi non specifica della sua azienda, delle prospettive del distretto biomedicale mirandolese? arrivando da altre realtà e quindi con un punto di vista meno condizionato dalla storia, come vede il futuro del distretto?

Come sempre il futuro dipenderà dalle scelte che faremo, non credo nel fato ma in noi, una cosa certa è che il distretto biomedicale mirandolese si sta già confrontando con la necessità di non deterioramento della qualità del prodotto ma di riduzione dei costi. Il futuro è tanta attenzione ai costi, tanta riduzione degli sprechi, senza cedere di un millimetro nella qualità del prodotto.