Ma sullo sfondo rimane il pericolo di scollamento tra grandi e piccole imprese. Tra i settori crescono il biomedicale, le utility e i servizi. Calano il commercio (-2%), il chimico (-20%) e il tessile (-11)

Se recessione economica e sisma non hanno intaccato la propensione a fare impresa dell’Area Nord, e in certi casi qualcuno è persino riuscito a raggiungere se non a superare i ricavi precrisi, il merito è tutto del cosiddetto fattore dimensionale. Nella ricerca che Confindustria Modena ha commissionato a K Finance emerge con forza la frattura sempre più scomposta e insanabile tra le imprese piccole che non superano i 3 milioni di fatturato e le aziende medio-grandi che invece vanno oltre la quota dei 50 milioni. I fattori di debolezza enucleati nel 2010 in una analoga indagine condotta sempre da K Finance per Confindustria Modena sono ancora presenti. Anche nel 2014, a due anni dal sisma e a sei dall’inizio della grande crisi.

La ricerca è stata presentata mercoledì 26 novembre all’hotel La Cantina di Medolla, davanti a una platea di imprenditori, enti ed istituzioni del territorio. Al tavolo dei relatori sedevano il presidente di K Finance Giuseppe Grasso, il presidente di Confindustria Modena Valter Caiumi e il professore di Economia industriale all’Università di Parma Franco Mosconi.

L’indagine ha preso in esame un campione di 500 aziende, nel periodo che va dal 2008 al 2013. Ci si è soffermati su elementi quali saldo tra imprese avviate e cessate, ricavi, redditività e politiche di investimento, senza tralasciare il valore finanziario delle aziende e la loro solidità (il rating creditizio).

Nel 2013 il fatturato di queste 500 imprese (che insieme sviluppano un giro di affari di 4 miliardi di euro e occupano 16mila persone) ha registrato un +6% sul 2008. Ma nel 2012, l’anno orribile del terremoto, la redditività media cala al 2,5% e l’indebitamento sfiora la soglia critica del 10% del fatturato. A pagare il prezzo più alto di questa falcidia, manco a dirlo, sono le piccole imprese, ovvero il 66% del campione esaminato da K Finance.

«In termini di valore della produzione, le aziende dell’area sono ancora lontane dai livelli del 2008: cinque anni di crisi e un evento sismico ne hanno ridotto il valore di un terzo (-33%)», ha ricordato Giuseppe Grasso. «Sono le imprese più piccole, sotto i 3 milioni di euro di fatturato, ad aver sofferto pesantemente. Per loro registriamo ricavi in calo (-5% all’anno) e indici di patrimonializzazione insufficienti (15%). In questo senso, la buona capacita di resistenza della zona è da ricercarsi unicamente nelle buone buone performance delle aziende più grandi e dei settori di specializzazione più evoluti».

Tra i settori, tenendo a riferimento il quinquennio 2008-2013, crescono solo ilbiomedicale (+4% ogni anno), le utility e i servizi. Calano il commercio (-2%), il chimico (-20%) e il tessile (-11). Guardando invece a chi tiene in mano i cordoni delle aziende, si scopre che nella composizione per tipologia di azionista, è calata la presenza di gruppi esteri ed è aumentata la presenza di gruppi italiani rispetto al 2009. Le aziende più grandi sono possedute da azionisti finanziari e da gruppi esteri, le aziende più piccole sono controllate da gruppi italiani, enti locali e privati.

«La dimensione aziendale è il vero banco di prova per tantissime imprese, vale per l’Area Nord ma vale pure per il resto della nostra provincia», ha rimarcato Valter Caiumi. «Il terremoto, purtroppo, non ha fatto altro che mettere in luce questo “deficit strutturale”. La mannaia della burocrazia, per fare un esempio, è più pesante dove ci sono piccole realtà industriali. Il compito di un associazione come Confindustria Modena, anche alla luce della ricerca K Finance, è di spingere sull’acceleratore dell’eccellenza. Basta accontentarsi del modello della sufficienza o della mediocrità. Occorre un cambio di passo e di mentalità. Lo dico primariamente ai miei colleghi imprenditori, ma valga per tutti gli interlocutori del territorio: parti sociali, sindacati, politica».

«L’Italia da troppo tempo è orfana di una vera politica industriale», ha concluso tirando le somme del convegno Franco Mosconi. «Anche su questa materia, strategica per un grande Paese manifatturiero come il nostro (in Ue saldamente al secondo posto dietro la Germania), ci sono troppi contenziosi tra lo Stato centrale e le Regioni. Chi deve intestarsi il rilancio dell’industria nazionale? Nonostante questo problema di non poco conto, nell’Area Nord, continuiamo a magnificare le doti del distretto biomedicale, che continua la sua avanzata a dispetto di calamità naturali e limiti strutturali. Ma non è un caso: qui arrivano ancora capitali stranieri e la mille fucine della conoscenza e dell’alto livello tecnologico non si sono mai spente»

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fonte: Newsletter EmmeWeb